Parte 3

Un giorno si ritrovò davanti ad un alto muro di pietra.
Dopo averlo ispezionato con le poche energie che le rimanevano, riuscì a scorgere un piccolo foro.
Non potendo resistere alla tentazione cercò di guardare al di là del muro. Ciò che intravide le fece venire un tuffo al cuore. Il suo volto visibilmente, provato dai segni del senso di colpa, si riempì di lacrime.
Lacrime di speranza.
Al di là del muro vide ciò che più desiderava con tutta se stessa: la felicità.
Un paesaggio ricco di vegetazione: campi di girasoli facevano da cornice ad un quadretto di serena vita familiare. Due bambini correvano felici verso il padre e la madre.
Che fosse lei quella madre?
 
Fu un attimo, un attimo di pura e sana speranza che si concluse con un soffio di vento gelido che la costrinse ad arretrare.
Impaziente di poter tornare a scorgere un po' di felicità, si strofinò velocemente l'occhio e cercò invano il foro nel muro.
 
Sparito.
 
La ragazza crollò a terra distrutta.
Le lacrime le rigavano il volto sporco di terra e il cuore le pulsava nel petto come se volesse liberarsi, uscire dalla prigione di quel fragile corpo. Fu una scritta nel muro non notata prima a darle la forza di rialzarsi: "Vicolo del Forse".
 
Forse era davvero lei quella madre. Forse il suo futuro sarebbe stato felice. Forse doveva stringere i denti e scendere a compromessi con la “Via dell’Ignoto” per poter finalmente sentirsi appartenente a quel posto. O forse…
 
Quando si voltò, ciò che vide alle sue spalle le tolse ogni dubbio. Arbusti giganti la circondavano forti della sensazione di oppressione che tutto il paesaggio circostante trasmetteva. No, non avrebbe continuato il tragitto. L’oscurità, la tristezza e la malinconia avrebbero finalmente cessato di tormentarla. 
Si armò di coraggio e corse, corse e corse. Senza una meta precisa. Non sapeva dove stesse andando, fino a quando si ritrovò davanti alla grotta che tante volte le aveva dato coraggio: “La Grotta delle radici”.  Doveva parlare con i suoi cari. Avrebbe ferito i loro cuori, ma sentiva che quella era la cosa giusta da fare. Forse non per gli altri, ma certamente per lei: per il suo bene. Non aveva forze, era esausta. Stanca di vagare tra le tenebre insoddisfatta. Stanca di mentire, fingendo che andasse tutto bene. Stanca di quella sé che aveva preso il sopravvento. Stanca della passività della sua vita. Lo avrebbe fatto. Avrebbe cercato e trovato il coraggio tra i fragili brandelli del suo corpo e della sua anima per comunicare ai propri cari la decisione più triste e difficile della sua vita. 
Quando fu catapultata a casa, Farha crollò. Era sfinita. Senza forze, debole e indifesa. Aveva le lacrime agli occhi consapevole del fatto che stesse per dare, a chi le voleva bene, una grande delusione che avrebbe rotto gli equilibri familiari e pugnalato i loro cuori. Tentò una, due, tre volte a gridare aiuto, ma senza successo. La Scimmia Schiaffeggiatrice l’aveva trovata. Ogniqualvolta tentasse di pronunciare delle parole, lei interveniva, marchiandole il volto con i segni della sconfitta. Quel giorno, però, il risultato della partita rischiava di mutare, e la scimmia lo sapeva bene. Fu per questo motivo che portò con sé l’Ortica della Vergogna. Era un’erba molto rara. Ogni foglia era diversa; le venature s’intrecciavano formando disegni, immagini, ricordi della persona con cui entrava in contatto. E, benché possa sembrare una sorta di album dei bei ricordi, era tutto l’opposto. Ogni foglia dell’Ortica della Vergogna rappresentava i fallimenti di Farha.